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Gli effetti dell'emergenza sanitaria sull’occupazione femminile

Gli effetti della pandemia sull’occupazione femminile 30.apr.2021
In occasione del Primo maggio, una bella e approfondita riflessione della Linea Pari opportunità di Anpal Servizi sul lavoro delle donne, quello su cui gravano gli effetti peggiori della pandemia
A cura di Giovanna Gorini e Monica Buonanno
donna al lavoro

In occasione del 1° maggio 2021 abbiamo voluto riflettere sulla simbologia della giornata, su come la pandemia abbia rivoluzionato il nostro comune sentire il lavoro e, in particolare, sulle evidenze della pandemia per il lavoro delle donne.

Gli effetti della pandemia si delineano nella definizione di nuove sacche di emarginazione e sofferenza che si aggiungono a quelle già esistenti, restituendo un tessuto sociale fortemente segnato dalle disuguaglianze; la società sta perdendo i suoi parametri di riferimento e sta significativamente sacrificando la coesione sociale e la tenuta socioeconomica del Paese.

Il Covid ci impone una riflessione profonda sul futuro che ci attende, partendo da un dato concreto: è mutata la geografia del disagio socioeconomico, le fragilità già note sono diventate maggiormente complesse e accanto ad esse sono emerse nuove tipologie di povertà e di esclusione sociale conseguenti al calo delle forme di lavoro non tipizzate, alla riduzione quali-quantitativa dei consumi, alle condizioni di deprivazione materiale, all’aumento di disagio socio psicologico sanitario dovuto allo stato di isolamento e paura e all’indebolimento delle cure domiciliari, aumento e ampliamento delle sacche di povertà estrema anche tra anziani e famiglie, che si sono configurate in pochi mesi. 
Una realtà che non si presenta come un processo neutro, ma con rilevanti effetti di genere e impatti profondamente diversi su uomini e donne, in un quadro che si modifica velocemente anche alla luce dello sviluppo ni delle norme e degli inevitabili relativi contraccolpi.

Anche i dati mostrano il drammatico cammino della povertà e della disuguaglianza, parallelo alla crescita della pandemia: l’impatto del Covid19 sull’occupazione e sulle condizioni economiche e sociali delle donne è evidente: -1,5 punti percentuali in termini di tasso di occupazione, -312.000 occupate da dicembre 2019 a dicembre 2020 a livello nazionale
Il 45% delle donne disoccupate risiede nelle sei Regioni del Mezzogiorno, ben il 30% di queste nella sola Campania. 
Le donne occupate al Sud sono 2.214 mila contro le 5.235 mila occupate del Nord; non meno preoccupanti sono i valori bassi e i divari rispetto al Nord dei tassi di occupazione delle giovani donne diplomate e laureate (in età 25-34) anni, 34,5% al Sud e 68,4% al Nord per le diplomate, 47,4% al Sud e 77,7% al Nord per le laureate, con evidenti effetti di scoraggiamento per progetti professionali o di carriera ed effetti di frustrazione, ripiegamento e spreco rispetto all’impegno investito nei percorsi di istruzione superiore e universitaria.
Dati sempre più preoccupanti se si allacciano alla bassa scolarità: cifre che non sono numeri ma donne che rappresentano un vero scoglio per la democrazia e che ci riportano ad un moltiplicatore di differenze tra donne e uomini.
Le donne del Sud con la sola licenza elementare sono il 23,2% del totale rispetto al 17% del Nord, mentre hanno la licenza media inferiore il 31,3% delle donne del Sud contro il 29,3% del Nord. Oltre la metà delle donne del Sud ha basso livello di istruzione. Una differenza che è un potente detonatore del fenomeno di lavori sottopagati e senza prospettiva.
Non resistendo nel giorno della ricorrenza per il Lavoro, impropriamente detta Festa, al richiamo dei numeri aggiungiamo qualche altro dato che può risultare utile ed è frutto di analisi del rapporto BES 2020: i laureati in Italia aumentano dal 2010 al 2020 di oltre 8 punti percentuali (dal 19.8% al 27.9%), in Europa la percentuale è del 42.1%. Al contempo, ogni anno, centinaia di migliaia di cittadini lasciano l’Italia, fino a far giungere gli iscritti all’Aire (l’anagrafe italiana residenti all’estero) la cifra di quasi sei milioni (dato sottostimato in quanto non tutti si iscrivono all’Aire). Le donne sono tra le prime a partire.

Ancora troppi, purtroppo, sono i NEET e i ragazzi che escono precocemente dal sistema di istruzione e formazione, il cui numero torna a crescere dopo anni di diminuzione. Si confermano, inoltre, anche nel 2020 forti diseguaglianze legate al titolo di studio nella partecipazione culturale fuori casa, con un rapporto di circa 6 a 1 tra la partecipazione delle persone di 25 anni e più con titolo di studio alto, rispetto a quella di chi possiede al massimo la licenza della scuola secondaria di primo grado. Ovviamente nelle famiglie meno abbienti sono le figlie femmine quelle che sono costrette per prime a lasciare la scuola.
Il part time involontario
nel medesimo periodo è aumentato del 4.1%. La povertà assoluta è passata dal 4.2% del 2010 al 9.4% del 2020. In Campania la percentuale di popolazione che vive in condizione di povertà o esclusione sociale è pari al 53.6% del totale, nel Mezzogiorno è il 45%, in Italia il 27.3%.
Ancora, la Campania è la regione con il numero più elevato di nuclei richiedenti il reddito di cittadinanza e la sola città di Napoli detiene il 60% del totale regionale. Nel 2021 (fonte: Osservatorio INPS al 5 marzo 2021) i nuclei percettori di almeno una mensilità di reddito di cittadinanza sono in Italia 1.240.797, in Campania sono 269.530 (il 22% del totale nazionale). Tra gennaio e febbraio 2021 i nuclei richiedenti il reddito di cittadinanza sono 379.060 e in Campania ben 77.516, seguita dalla Sicilia con 62.169 nuclei e dal Lazio con 41.654 nuclei. Un dato su cui riflettere: la Campania è l’unica regione in Italia a registrare tra il 2019 e il 2020 un aumento del numero dei nuclei richiedenti il reddito di cittadinanza, tutte le altre regioni vedono diminuire il numero dei nuclei richiedenti dal 2019 al 2020 (la regione con minori richieste nel 2020 rispetto al 2019 è l’Emilia-Romagna con – 19.422 richieste). 

La pandemia ci ha reso un favore amaro: ci fa vedere in modo violento le disuguaglianze nel nostro Paese. Se queste diseguaglianze si sono acuite con la pandemia, è importante dire che esistevano già prima, e le misure precedentemente adottate non hanno avuto molto effetto nel rimarginarle.
Se le donne sono più del 53% della popolazione meridionale, se poche di loro lavorano, se 2.158.039 donne meridionali di oltre 15 anni ha al massimo la licenza elementare nel 2021, se il sistema di welfare non riesce ad assicurare una protezione e una garanzia alle poche donne che lavorano e hanno figli, se la violenza continua ad essere agita non solo a casa ma anche nei luoghi di lavoro, se a tutto ciò non si collegano azioni economiche forti, ma soprattutto culturali, allora sarà sempre più complicato disegnare politiche pubbliche in grado di portare le donne oltre il guado.  
In un quadro così nero si comincia a vedere una luce in fondo al tunnel: la reazione politica, le risorse e gli strumenti introdotti dall’Unione europea rappresentano una impagabile occasione per affrontare il nodo della bassa occupazione femminile in Italia: il PNRR italiano ci permetterà di cogliere questa irripetibile occasione? La premessa al Piano è ben posta, su come il piano garantirà equità di genere e uguali opportunità.
Il PNRR risponde alla richiesta di cambio di rotta? Sembrerebbe di sì, ponendo la parità di genere, assieme a giovani e Sud, tra le “valutazioni di parità trasversali”, oltre che esplicitando nella missione 5 (Inclusione e Coesione, di valore pari a 19,81 miliardi di euro): 
    • uno specifico investimento per sostenere l’imprenditorialità femminile, che ridisegna e migliora il sistema di sostegni attuale in una strategia integrata;
    • l’introduzione di un sistema nazionale di certificazione della parità di genere che intende accompagnare le imprese nella riduzione dei divari in tutte le aree più critiche per la crescita professionale delle donne, e rafforzare la trasparenza salariale; 
    • progetti sull’housing sociale che potranno ridurre i contesti di marginalità estrema e il rischio di violenza che vedono maggiormente esposte le donne. 

Inoltre la valorizzazione delle infrastrutture sociali e la creazione di innovativi percorsi di autonomia per le persone disabili previsti nella Missione 5 avranno effetti indiretti sull’occupazione femminile tramite l’alleggerimento del carico di cura non retribuita gravante sulle donne. Come si legge nell’ultima versione del PNRR, attraverso il riconoscimento del valore sociale dell’attività di cura, si può raggiungere il duplice obiettivo di alleggerire i carichi tradizionalmente gestiti nella sfera familiare dalle donne e di stimolare una loro maggiore partecipazione al mercato del lavoro. Incrementare i servizi alla persona vuol dire anche rafforzare un settore in cui è più alta la presenza d’impiego femminile.

Qualche giorno fa il Ministro del Lavoro Orlando ha inviato una lettera agli Enti privati di previdenza e assistenza vigilati dal Ministero, per invitarli ad assumere le iniziative più adeguate, eventualmente anche di natura statutaria, per assicurare la più ampia partecipazione delle donne negli organi di governo degli enti e nelle assemblee rappresentative. 
Insomma, se - come crediamo - la ripresa ha bisogno di strumenti concreti per l'inclusione e le pari opportunità, sembra che i primi strumenti siano stati messi in campo; dobbiamo solo aspettare la completa attuazione di un Piano, il PNRR appunto, che necessita di una governance istituzionale forte, capace di produrre un impatto reale sulle donne.
Le linee guida europee chiedono la trasversalità dell’approccio, nella individuazione, costruzione e valutazione delle politiche. Per le politiche di genere, si rende necessario un passo in più: pensare a come impatteranno sulle donne, attraverso anche ragionamenti progressivi e progressisti, che portino a  parità di trattamento e opportunità tra uomini e donne in tutte le aree, incluse la partecipazione al mercato del lavoro, i termini e le condizioni dell’occupazione e la progressione delle carriere; il diritto a uguale salario a parità di lavoro; la non-discriminazione; pari opportunità per i gruppi sotto-rappresentati.
Tutto ciò deve essere tenuto in parallelo con gli intendimenti del PNRR e degli impegni sul Recovery Fund: un piano che punta molto su Digitale e Greeen, mercato con un fortissimo squilibrio di genere; servono quindi misure finalizzate ad aumentare il numero di donne con competenze spendibili in questi settori, insieme a meccanismi di incentivo all’assunzione. Il governo intende a questo proposito, nella più ampia Strategia Nazionale per le Competenze Digitali, anche attraverso il PNRR, rafforzare l'istruzione professionale, in particolare il sistema di formazione professionale terziaria (ITS) e l'istruzione STEM, con una forte priorità sulla parità di genere.

Serve, di fatto, capovolgere l’ordinario: le donne non sono un magma indistinto. La dimensione di genere si intreccia con altre dimensioni che compongono le nostre vite: da dove veniamo, il nostro orientamento sessuale, la nostra classe socioeconomica, se abbiamo figli, marito, compagno, se abbiamo una disabilità, se abbiamo vissuto una violenza. Queste dimensioni spesso sono intrecciate tra loro e negativizzano ogni possibile forma di policy, solo ed esclusivamente perché affrontate in modo asincrono. Combinare le policy a favore delle donne non è semplice e richiede un fine lavoro di costruzione di governance e pensiero creativo ma strutturato, altrimenti il rischio è introdurre politiche poco efficaci.
Il nostro contributo come Linea per le Pari opportunità si struttura, per ora, nel supportare la formazione dei responsabili ed operatori dei CpI sul LEP J che tratta le tematiche relative alla conciliazione vita-lavoro, nel co-progettare con alcune regioni interventi volti a migliorare la conciliazione tra vita e lavoro non solo per le donne, nel realizzare laboratori per riflettere con piccole e medie imprese su come sia possibile riorganizzare i tempi di lavoro, conciliando le esigenze di produttività e le esigenze di vita delle lavoratrici e dei lavoratori.
L’impegno della nostra struttura deve essere sempre più quello di aiutare il Sistema Paese a superare il divario tra uomini e donne. Intaccare le disuguaglianze non è facile, ma riteniamo che sia il compito di chi, come noi, supporta il Paese e prova a disegnare politiche pubbliche di qualità. In alternativa, avremo fatto solo un bel piano ma le nostre figlie e le nostre nipoti non ci ringrazieranno. 

 

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