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Il lavoro dei navigator

Il lavoro dei navigator 03.giu.2021
La presa in carico dei beneficiari di RDC: un percorso per il recupero del proprio talento e per il rientro nel circuito del lavoro
Un caso esemplare al Centro per l’impiego di Cinecittà a Roma
un colloquio al centro per l'impiego

Sonia Giuliano è navigator, psicologa e psicoterapeuta esperta di culture del lavoro. Docente presso Scuola di Specializzazione in Psicoterapia Psicoanalitica SPS. Editor dei Quaderni della Rivista di Psicologia Clinica, presta il suo prezioso servizio presso il Centro per l’impiego di Cinecittà a Roma. Questo è il suo racconto di un percorso di riattivazione e motivazione. 

Premessa 
I Navigator si occupano del rapporto con coloro che hanno fatto richiesta di un Reddito Di Cittadinanza. Il mandato nell’ambito del quale operano è quello di accompagnarli entro un percorso di ricerca di lavoro. Non è scontata la motivazione a cercare lavoro di chi arriva al CPI: la domanda e i problemi dell’utenza che incontriamo è proprio ciò che si può conoscere e comprendere, al fine di organizzare servizi che aiutino i beneficiari a pensarsi entro un rapporto di reciprocità con le istituzioni che erogano il beneficio economico, per fondare quella “cittadinanza” che il RDC evoca.  La competenza psicologica può occuparsi di questo aspetto. 
I nostri (CPI Cinecittà) dati ci dicono che circa il 39% dei beneficiari di RDC ha origini straniere. Migranti, con storie e culture interessanti, spesso con trascorsi formativi e professionali straordinari nei loro paesi d’origine, che rischiano di essere ridotti alla categoria degli “svantaggiati”, i più bisognosi tra i bisognosi, rispetto ai quali i CPI dichiarano impotenza: se gli utenti stranieri non parlano bene l’italiano o non posseggono titoli di studio riconosciuti la prassi è quella di inviare ai Servizi Sociali. Ma c’è qualcosa che i CPI possono fare in rapporto a questa utenza? In che senso il lavoro può essere pensato come mediatore di integrazione e di cittadinanza?  

Il racconto della navigator Sonia, la storia di Asma e della sua “riattivazione”
“A novembre 2019 incontro Asma, una donna marocchina di 40 anni, accompagnata dal marito. Le ricordo che lei è al CPI perché la sua famiglia ha fatto richiesta del RDC, le dico come sarà organizzato l’incontro, e che il nostro obiettivo è capire insieme se e come possiamo aiutarla, al di là del beneficio economico che riceve: qui, per esempio, può trovare assistenza per valorizzare ciò che sa fare e, se lo desidera, per orientarsi nel mondo del lavoro. Ci accomodiamo alla scrivania dell’operatore che si occuperà della prima tappa amministrativa, verificando che non vi siano cause di esonero/esclusione dalla sottoscrizione di un patto per il lavoro. Asma indossa il velo, parla molto poco, a bassissima voce e solo se interpellata. Si siede allo sportello con lo sguardo basso. Dalla sua scheda anagrafica non risultano esperienze lavorative e formative in Italia. Non è previsto in queste schede che l’utente abbia svolto esperienze formative o lavorative nel suo luogo d’origine. Non si è mai rivolta ad un CPI. L’operatrice le chiede se capisca bene l’italiano e se lo sappia parlare. Lei annuisce. Chiedo ad Asma da che parte del Marocco venga, nell’idea di recuperare una storia entro cui contestualizzare il suo silenzio, che altrimenti rischia di diventare un deficit linguistico da valutare. Mi racconta di un piccolo villaggio berbero a sud di Marrakech, dove è rimasta la sua famiglia d’origine. L’operatrice con le mani compila le schede, con gli occhi segue con interesse questo racconto, dicendo del suo desiderio di visitare quei luoghi. Asma è arrivata in Italia 17 anni fa, due anni dopo il marito, con un ricongiungimento familiare. Aveva un bimbo di due anni, di cui era incinta quando il marito ha lasciato il Marocco per andare a cercare lavoro in Italia. Ora hanno 4 figli, il primo di 19 anni, l’ultimo di 5. Gli ultimi tre figli di Asma sono nati in Italia. 
L’operatrice le chiede in che lingua parlino in famiglia, cogliendo un aspetto importante del vissuto che Asma porta e di cui parlerà anche nel seguito del colloquio. In famiglia parlano la loro lingua, ma i figli ormai rispondono solo in Italiano. Questa contestualizzazione consente all’operatrice di domandare ad Asma se le interessa essere aiutata nella ricerca di un lavoro. Non è scontato. Asma non ha requisiti di esonero ed è tenuta alla firma di un patto per il lavoro. Gli operatori non domandano se gli utenti sono interessati, mentre in questo caso, recuperare una storia di Asma, un suo problema, consente all’operatore di proporre un servizio, invece che un rapporto obbligato. Lei dice che non saprebbe proprio cosa fare. Proponiamo ad Asma di continuare il colloquio con me, proprio per capire qualcosa in merito. 
Continuo ad esplorare la sua storia. Lei e la sua famiglia vivono in una piccola fattoria in periferia di Roma, dove il proprietario dà loro alloggio ed uno stipendio di 1000 euro circa. Suo marito ha un contratto; lei dice di non aver mai lavorato: si è sempre occupata dei figli. Le propongo di raccontarmi cosa fa nella sua giornata. Mi racconta che dà una mano in fattoria quando serve (sempre!) e ha molto da fare con la casa e la famiglia. I figli vanno a scuola. La prima all’università, il secondo ad una scuola professionale, il terzo alle medie, l’ultimo di 5 anni frequenta la scuola materna. La scuola dei figli è per Asma l’unico motivo per uscire di casa. Accompagna i più piccoli, li va a riprendere. Dico ad Asma che sta facendo un grosso lavoro, di cura della sua famiglia, per consentire ai suoi figli di studiare e le chiedo se è contenta di questo. Asma inizia a piangere, mi dice che è felice, ma… non riesce più a trovare le parole. Aspetto in silenzio, poi le chiedo come va con i suoi figli. Ipotizzo che Asma cominci a sentirsi estranea anche alla sua famiglia: i suoi figli sono cresciuti in una cultura diversa dalla sua. Mi racconta che i figli le chiedono di avere un cellulare alla moda, di partecipare a corsi di calcetto, di andare al pub, ma loro non possono permetterselo perché non hanno soldi a sufficienza. Asma sembra sentirsi esclusa sia dalla cultura italiana che dalla sua cultura d’origine, che finisce per diventare nel vissuto di Asma quel deficit (che esprime nei termini di mancanza di denaro) che non permette ai suoi figli di integrarsi. Immagino che invece questa appartenenza d’origine possa essere interessante, che le si possa dare un senso differente, che possa essere valorizzata come strumento di integrazione. Le dico che immagino sia complesso veder crescere i propri figli in una cultura e con una lingua differente dalla propria cultura e lingua d’origine, che si rischia di non sentirsi più appartenente né all’una né all’altra. I figli di Asma stanno crescendo e la famiglia inizia a non essere più una garanzia, per Asma, di dotare di un “senso definitivo” la sua vita. Le chiedo se conosca i genitori dei compagni di scuola dei suoi figli. Dice che li vede, fuori scuola, ma che non ci parla quasi mai: si vergogna, non sa esprimersi bene, non saprebbe cosa dire. Asma sembra vergognarsi anche di essere al CPI e di parlare con me, come se si trovasse scoperta in una mancanza.
Le chiedo perché sia partita dal Marocco. Mi guarda perplessa, trova scontata questa partenza, non ci ha mai pensato: ha raggiunto suo marito con l’attesa di migliorare la loro condizione economica. Quale condizione economica? Cosa ha fatto fino a 19 anni in Marocco? Ha fatto le scuole fino a 12 anni, ha vissuto in famiglia, una famiglia molto numerosa, con fratelli, sorelle, cugini, zii, nonni. Mi dice che in famiglia cucivano, a casa, per negozi che affidavano loro commesse. Lei lo sa fare? Si, li aiutava. Il matrimonio sembra aver rappresentato per Asma una separazione da questo contesto familiare operoso, ma vissuto come privo di possibilità di sviluppo. Le dico che forse i genitori dei compagni dei figli sarebbero molto felici di sapere che lei cuce: qui è una competenza molto valorizzata e magari potrebbero averne bisogno. Asma dice che non ci aveva pensato, forse perché si vergogna troppo, torna a piangere. La vergogna di Asma sembra dire di un suo desiderio, difficile da sostenere, di implicarsi in questi nuovi sistemi, da cui comincia a sentirsi sempre più isolata. Le dico che non è tardi per intrecciare nuovi rapporti se lo desidera e che può considerarci uno di questi rapporti. Possiamo lavorare insieme perché la sua competenza a cucire diventi anche un modo per “cucire relazioni”. Asma sorride. Parlo ad Asma della possibilità di frequentare una scuola gratuita di italiano, in cui migliorare la lingua italiana. 

Sentirò Asma tre settimane dopo per segnalarle un annuncio di lavoro per sarte. È per me un’occasione di verificare i prodotti del primo colloquio. Asma mi dice che non se la sente, non saprebbe cosa dire al colloquio, non ha un curriculum, non parla bene l’italiano. Mi rendo conto che la proposta di scrivere insieme un curriculum è troppo lontana dai problemi che Asma vive in questo momento. Le chiedo se ha pensato a quello che ci siamo dette nell’incontro precedente; mi dice che, attraverso i suoi figli ha diffuso la voce sulla sua abilità nel cucito. Ha già fatto una prima piega di pantaloni; le dico che sono molto felice di questa novità e che possiamo occuparcene insieme.
Asma sta portando avanti questa piccola attività grazie alle competenze apprese nella sua terra d’origine. Ciò le sta consentendo di mettersi in rapporto con le famiglie dei compagni di classe dei suoi figli. La sua cultura d’origine comincia ad essere pensabile come risorsa, come qualcosa con cui si può stare in rapporto e che può produrre iniziative interessanti, invece che come un ostacolo al miglioramento della sua condizione economica.  

Prospettive di sviluppo
Asma non ha trovato un posto di lavoro da occupare, né è questa la motivazione che organizza il suo rapporto con il CPI. Asma ha invece trovato un contesto capace di occuparsi del suo problema: sentirsi esclusa dalla cultura del paese in cui i suoi figli sono cresciuti, sentirsi priva di risorse per potervisi integrare. La cultura di origine è per Asma un motivo di vergogna, una condizione da superare. Al CPI trova un rapporto in cui può pensare questi suoi vissuti e in cui può riconsiderare la sua cultura d’origine come una risorsa di integrazione, non come un limite che la relega al limbo della sua famiglia. Ciò le consente di pensare di poter offrire qualcosa al paese che la ospita. 
Un timido desiderio di imprenditività emerge e può essere sostenuto. Imprenditività che qui è intesa come desiderio di mettersi in rapporto con la cultura ospitante in un rapporto di reciprocità. 
Sono molte le donne migranti che arrivano al CPI. Si potrebbe dire che, non chiedendo un posto di lavoro (spesso la cultura familiare cui partecipano non domanda questa possibilità), non chiedano nulla di cui il CPI possa occuparsi. Al contrario, per queste donne, recuperare la propria storia culturale, vederla valorizzata, può rappresentare una preziosa occasione di integrazione, capace di sviluppare desideri di imprenditività: il lavoro, inteso come capacità di costruire prodotti nel rapporto con altri, diventa allora uno strumento per realizzare un sentimento di cittadinanza.  
Il CPI potrebbe pensare gruppi di intervento con donne migranti, in cui recuperare le loro storie, le loro competenze, i loro desideri. Spesso competenze apprezzate e desiderate in Italia (penso, solo per fare un esempio alla curiosità e all’apprezzamento dell’Italia verso le tradizioni culinarie di altre culture). Laboratori di integrazione, in cui costruire motivazione a utilizzare le proprie culture e competenze come risorse che possono essere valorizzate in Italia, e che il CPI potrebbe anche aiutare a organizzare entro progetti imprenditivi. 
Tali prospettive di sviluppo potrebbero riguardare allo stesso modo altre categorie dei beneficiari RDC. Pensiamo ad esempio alle donne che faticano a trovare un impiego poiché impegnate anche nella cura e gestione della famiglia e di figli minori. Si tratta di donne spesso con straordinarie competenze ed esperienza, in campi molti differenti tra loro, ma che vengono escluse dal mercato del lavoro, poco avvezzo a contemplare una flessibilità di orari conciliabile con la vita familiare. Offrire contesti di incontro in cui queste diverse competenze ed esperienze possano incontrarsi, dialogare tra loro, potrebbe dar vita a progetti imprenditivi che il CPI potrebbe incaricarsi di accompagnare sia da un punto di vista motivazionale che tecnico.  Lo stesso principio potrebbe adottarsi con giovani, che spesso si rivolgono al CPI con idee, ma senza relazioni e strumenti per realizzarle. Il percorso di presa in carico per il RDC potrebbe offrire contesti in cui sviluppare queste relazioni e apprendere percorsi e strumenti per l’avvio di attività autonome. Piuttosto che focalizzarsi sull’incrocio domanda e offerta di lavoro, tale percorso potrebbe pensarsi come incubatore di start up, proponendosi come propulsore del mercato del lavoro e contesto di integrazione e partecipazione di fasce di popolazione a rischio di esclusione (non solo dal mercato del lavoro)". 

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