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Rapporto Istat

Statistiche del lavoro 04.lug.2020
Rapporto Istat: crescono le disuguaglianze e si riduce la mobilità sociale
Il Rapporto 2020 presentato alla Camera dei Deputati dal presidente Blangiardo mette in luce gli effetti dell’emergenza sanitaria sull’economia e la società italiana

"Il problema del reperimento della liquidità è molto diffuso, i contraccolpi sugli investimenti, segnalati da una impresa su otto, rischiano di costituire un ulteriore freno ed è anche preoccupante che il 12% delle imprese sia propensa a ridurre l'input di lavoro" Il presidente dell’Istat Gian Carlo Blangiardo, nel presentare ieri a Palazzo Montecitorio il "Rapporto annuale 2020. La situazione del Paese", alla presenza del Presidente della Camera Roberto Fico, del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte e delle più alte cariche dello Stato, stima in questi temini l’impatto dell’emergenza Coronaviru sull’occupazione.

Il voume siarticola in cinque capitoli:

  1. Il quadro economico e sociale
  2. Sanità e salute di fronte all’emergenza COVID-19
  3. Mobilità sociale, diseguaglianze e lavoro
  4. Il sistema delle imprese: elementi di crisi e resilienza
  5. Criticità strutturali come possibili leve della ripresa: ambiente, conoscenza, permanente bassa fecondità

Per quanto riguarda gli aspetti socio-economici e inerenti al lavoro, il rapporto mette in luce l’aumento delle diseguaglianze a svantaggio delle donne, dei giovani e dei lavoratori del Mezzogiorno. Più spesso si tratta di lavoratori a tempo determinato e a tempo parziale, specie involontario, che rivestono posizioni lavorative marginali e precarie.Tra le donne è alta, anche se non maggioritaria, la diffusione dei cosiddetti orari antisociali - serali, notturni, nel fine settimana –che incidono negativamente sulla qualità del lavoro e la conciliazione con la vita privata.

I problemi di conciliazione tra tempi di vita e di lavoro colpiscono soprattutto le donne. Il 38,3% delle madri occupate (42,6% se con figli da 0 a 5 anni) modifica l’orario o altri aspetti del lavoro per adattarli agli equilibri familiari, mentre i padri lo fanno in misura molto minore (rispettivamente 11,9% e 12,6%).

Le donne hanno anche occupazioni più irregolari, così come i lavoratori molto giovani, quelli più anziani e quelli del Mezzogiorno. Il tasso di irregolarità dipende dal settore economico in cui si lavora: è pari al 23,8% in agricoltura, al 6,6% nell’industria in senso stretto, al 16,0% nelle costruzioni e al 13,9% nei servizi.

Per quanto riguarda la scolarizzazione, l’Italia registra uno dei livelli più bassi dell’Unione europea, anche con riferimento alle classi di età più giovani. Nell’Ue27 (senza il Regno Unito), il 78,4% degli adulti tra i 25 e i 64 anni ha conseguito almeno un diploma secondario superiore, mentre in Italia l’incidenza è del 62,1%. I tassi d’occupazione degli adulti di 25-64 anni con titolo universitario sono, in Italia e nell’Ue27, più elevati di quasi 30 punti rispetto a quelli di chi ha al più la licenza media. I possessori di diploma secondario superiore hanno, a loro volta, tassi d’occupazione più elevati di quasi 20 punti percentuali rispetto a chi è meno istruito. Nel caso delle donne, nel nostro Paese il differenziale complessivo è di quasi 42 punti.

Per i giovani nati tra il 1972 e il 1986 la probabilità di accedere a posizioni più vantaggiose della scala sociale rispetto a quella della famiglia di origine è diminuita rispetto alle precedenti generazioni: il 26,6% è infatti mobile verso il basso, un valore record che supera per la prima volta quello di chi è mobile in senso ascendente (24,9%). Con il susseguirsi delle generazioni la probabilità di permanere nella classe dei genitori si riduce.

 

Rapporto Istat 2020
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